Renato “Sonny” Levi 3 – “Speranza Mia”

Da “Milestones in my Designs” riprendiamo la presentazione che lo stesso Renato “Sonny” Levi fa di uno dei suo primi progetti: “Speranza Mia”.

Dopo due capitoli dedicati alla vita e al pensiero di Renato “Sonny”, è il momento di conoscere alcuni dei suoi più importanti progetti. Sempre attingendo dalle splendide pagine del libro “Milestones in my Designs”, edito nel 1992 dalla Kaos Service di Giovanna Repossi Spelta, campionessa offshore e promotrice anche attraverso le sue iniziative editoriali di questo sport, e scritto da Antonio Soccol, un grande giornalista e testimone di quel periodo di massimo fulgore per la motonautica.

Renato “Sonny” Levi presenta “Speranza Mia”

Quando assunsi l’incarico di capo dell’ufficio progetti della ditta di mio padre in India, arrivarono parecchie commesse per la costruzione di barche. Così il mio lavoro, in quegli anni, consisteva nel disegnare questi scafi per lo più da lavoro o militari e quasi sempre plananti.
Mi trovai in una situazione privilegiata: per esempio, quando ci commissionarono un certo numero di barche per il governo indiano. Gli appalti erano sempre per più barche contemporaneamente e qualche volta furono davvero molte. Mi poteva così capitare di apportare pochissime varianti per realizzare una commessa per numerosi imbarcazioni, oppure di apportare modifiche sostanziali da un contratto all’altro.

Potevo anche sperimentare un’ampia gamma di diedri variando le linee di carena: da una V molto profonda a prua con uno specchio di poppa assolutamente piatto, a scocche con una V moderata a prua e sezioni a V discretamente profonda a poppa. Erano ottimi campi di sperimentazione e ben presto mi resi conto che i risultati migliori venivano dalle banche che avevano carene con sviluppo costante e V piuttosto accentuata a poppa.
Questi natanti garantivano un discreto assetto alle andature veloci, ma soprattutto risultavano efficienti con qualsiasi condizione di mare. E garantivano una navigazione morbida anche con mare formato proprio perché nelle sezioni d’impatto con le onde si presentavano con un buon diedro. Al contrario, le barche con una V pronunciata e piatte a poppa (se ne costruiscono ancora oggi) erano veloci, ma anche imbarcavano un sacco d’acqua e risultavano difficili da governare con mare di poppa.

Sulla base di queste esperienze un giorno mio padre mi chiese di disegnare i piani per una sua nuova barca. Voleva che fosse un po’ un campione delle capacità costruttive del cantiere. Doveva servire da banco di prova per le nuove idee e, inoltre, doveva essere molto confortevole, elegante, di classe e, infine, essere capace di prestazioni notevoli.
Propose di chiamarla “Speranza”, ma poi fu necessario cambiare nome in “Speranza Mia” per distinguerla dalle innumerevoli altre Speranze che navigano in tutte le acque del mondo.

Iniziai i primi disegni nel 1954, dopo infinite discussioni con mio padre su cosa avrebbe dovuto essere questo cruiser, a cosa dovesse assomigliare, come dovesse essere costruito eccetera eccetera.
Dopo i primi schizzi preliminari decidemmo che la barca sarebbe stata lunga 38,6’ (11,75 m) fuoritutto e 35’ (10,66 m) al galleggiamento, con un baglio massimo di 12’ (3,66 m). La spinta sarebbe stata fornita da una coppia di motori diesel Perkins S6 che avremmo piazzato all’estrema poppa con un V-drive, in modo da lasciare molto spazio libero all’interno per poter creare un buon arredamento, per ridurre il livello della rumorosità e allo stesso tempo avere una sala motori separata e comoda.

In quegli anni la velocità cominciava ad avere una certa importanza. La nostra velocità di progetto voleva essere di almeno 20 nodi: la struttura doveva dunque risultare abbastanza leggera. Ci dedicammo allora allo studio di tutte le possibilità offerte dalla tecnologia conosciute e no, per ridurre i pesi. Non credo di esagerare affermando che “Speranza Mia” per i suoi tuoi tempi presentava un sacco di idee nuove; per quanto concerne le prestazioni non aveva concorrenti fra le barche di uguali dimensioni e/o di uguale motorizzazione. Alla prima uscita nel porto di Bombay nel dicembre del 1956 raggiunse, a 2000 rpm, i 21 nodi e aveva 800 miglia di autonomia con il pieno dei serbatoi standard. Per quanto mi risulta “Speranza Mia” fu la prima barca di quelle dimissioni costruite in India con l’impiego di cedro rosso per tutte le opere di carpenteria e di laminato di chir (una varietà di abete rosso del Cachemire) per le ordinate. Il teak venne usato solo per la scocca, per i longitudinali e per il ponte esterno. Anche il considerevole impiego di resine epossidiche e di mat era una novità per quegli anni. Ero inoltre particolarmente orgoglioso per la ventilazione della cabina perché, con un sistema che avevo studiato, si riusciva ad avere una temperatura davvero fresca anche nelle più calde giornate tropicali.

Lo stile di “Speranza Mia” era insieme semplice funzionale ed è forse questo il motivo perché continua a destare interesse ad oltre 35 anni dalla sua progettazione. La barca venne pubblicata sulle riviste nautiche di molti Paesi (ricordo con piacere in Italia un articolo apparso su Vela e Motore) con il risultato che il nostro Studio riuscì a vendere i progetti di costruzione a clienti sparsi un po’ ovunque nel mondo: in Sudafrica come Nuova Zelanda e Svezia. Così “Speranza Mia” venne costruito in parecchi esemplari.

Leggi come Renato “Sonny” Levi si è avvicinato alla nautica e il suo pensiero su certi “designer”

 

Manchette-Articolo-Mercury

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