Renato “Sonny” Levi – parte seconda, la progettazione e i “designer”

Da “Milestones in my Designs” riprendiamo le considerazioni in prima persona di Renato “Sonny” Levi. Il miglior modo per ricordarlo e rendergli omaggio.

Pochi progettisti possono essere considerati degli autentici innovatori, nella motonautica Renato “Sonny” Levi è sicuramente uno di questi. Attingendo dalle splendide pagine del libro “Milestones in my Designs”, edito nel 1992 dalla Kaos Service di Giovanna Repossi Spelta, campionessa offshore e grande promotrice anche attraverso le sue iniziative editoriali di questo sport, riprendiamo in una serie di appuntamenti online alcune testimonianze, attraverso racconti della propria vita o con i suoi progetti, di questo straordinario progettista raccontate in prima persona e scritte da un grande giornalista di quel periodo di massimo fulgore per la motonautica agonistica: Antonio Soccol.

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Il pensiero di Renato “Sonny” Levi sulla progettazione

Certo, un principio teorico è fondamentale, ma va sempre confermato dalla sperimentazione pratica. Così si evolve il sapere. Per questo occorrerebbe riscrivere molte pagine, quando non interi capitoli, di molti manuali.
Nel disegno degli scafi, la teoria è uno strumento che permetta al progettista di quantificare il suo lavoro attraverso il calcolo. La maggior parte delle formule usate si basa su costanti di sperimentazione e coefficienti dedotti da precedenti formulazioni. Se il progetto è simile a quello di cui siano i dati, non si avranno sorpresa nella realizzazione. Se invece si sta cercando una configurazione del tutto originale, le probabilità di successo non dipenderanno solo dalla conoscenza teorica e dell’esperienza pratica, ma anche, e in larga misura, dalla capacità del progettista di applicare alla sua intuizione.

Già allora, mi era stato inculcato che il grande stimolo nel progettare sta nell’innovazione. Ora per me è ovvio che si ottiene un progresso solo se si procede sperimentando nuove idee. Molti del resto lo affermano, ma sono assai pochi quelli che lo mettono in atto davvero. Anche le affermazioni di “innovazione” sono spesso false, perché la novità tecnica non è stata dimostrata e non c’è altro merito che di aver fatto una cosa diversa, una “variazione sul tema”. E certe volte non sono neppure questo, ma semplici rimaneggiamenti o, se preferite, vistose glasse su una torta stantia!
Ecco perché mi risulta sempre difficile eccitarmi al progetto di una “nuova” imbarcazione, anche se si tratta di un mio progetto, dove stata variata solo la forma delle finestre o l’inclinazione del parabrezza.
Tengo conto delle necessità commerciali, ma mi irrita terribilmente ogni ambiguità verso il grande pubblico. L’estetica è importante, sicuramente. Ci può anche essere qualcuno tentato di comprarsi una barca poco gradevole: ma trovo assolutamente immorale appioppargliene una più piccola, o anche più grande, come un progetto innovativo quando invece ha solo il “look” cambiato.

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Chi ha una vivida immaginazione o una capacità grafica superiore alla media molto spesso si veste del ruolo di progettista. Alcuni possono anche avere successo, ma ben presto si troveranno sul terreno viscido se non si saranno procurate le necessarie cognizioni sul soggetto che stanno trattando. Audacia e sensazionalismo sono le mie più facili per colpire l’attenzione del pubblico. Possono portare a creare oggetti di grande successo commerciale, ma solo in ambiti progettuali dove sia limitato l’azzardo per mancanza di conoscenze tecniche, come la moda, la decorazione, l’arredamento; ma non è pensabile che possa progettare liberamente il telaio di una macchina da corsa chi è completamente privo di un adeguato bagaglio tecnico sull’argomento.

Oggi l’industria nautica è satura di progettisti che fioriscono come funghi. Non molto tempo fa che bisognava l’armamento, la distribuzione o i piani interni di una barca veniva chiamato stilista o arredatore e occupava un proprio ruolo all’interno del gruppo di progettazione. Ora, per la stessa attività, costui è passato al rango di “designer” e spesso, a sproposito (e anche senza scrupoli), gli viene riconosciuta la paternità dell’intero progetto. (Con tutto il rispetto per la debolezza della natura umana sarebbe come dire “andar per mare sotto falsa bandiera”).

Il discorso ci riporta all’estetica, a cui mura e di cui si soddisfa l’occhio del grande pubblico. Deploro ogni tipo di esibizionismo e di pretenziosa ostentazione. Disapprovo profondamente qualsiasi artificio o surrogato, escogitato solo per abbagliare, il che ha poco (se non niente) a che fare con la funzionalità del progetto. Sono scarti, destinati a sparire quanto prima. Un lavoro innovativo di reale portata, invece, dura per sempre. Certo, sarà datato dai progressi della scienza, ma sarà sempre degno di rispetto e portar diventare un “classico”.

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Via a leggere anche la prima parte della storia e del pensiero di Renato “Sonny” Levi

 

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