Giulio Lolli, già latitante in Italia per la truffa di Rimini Yacht, è stato condannato all’ergastolo in Libia

Rimasto impunito in Italia per l’accusa di associazione a delinquere, truffa, falso e appropriazione indebita a seguito delle doppie vendite dello stesso yacht a più armatori, Giulio Lolli, ex patron di Rimini Yacht, è stato condannato all’ergastolo in Libia con l’accusa di terrorismo.

Ecco la ricostruzione dei fatti: all’inizio degli anni Duemila Giulio Lolli apre la società Rimini Yacht, assumendo la rappresentanza e l’importazione di alcuni marchi di imbarcazioni.

Sfruttando i meccanismi del leasing e del fatto che nella nautica non esiste un registro unico delle immatricolazioni, aveva ideato un modo per immatricolare lo stesso yacht più volte e, dunque, di poterlo rivendere a più armatori.

Scoperta la truffa, nel 2010 Lolli fugge in Libia a bordo di uno yacht, lasciando la società Rimini Yacht all’inevitabile destino del fallimento con un buco di svariati milioni di euro e finisce al centro di un’indagine coordinata dal pm Davide Ercolani, con un rinvio a giudizio, dove non è mai comparso per la sua latitanza.

Nemmeno in Libia, però, le cose si mettono bene. A gennaio 2011 Lolli viene arrestato dall’Interpol libica in un hotel di lusso di Tripoli, ma l’incarcerazione coincide con il tempo dei bombardamenti della Nato sul Paese africano e Lolli ne approfitta per fuggire dal carcere (e dall’estradizione in Italia) con l’appoggio di un gruppo di ribelli nella rivoluzione contro Gheddafi, gruppo a cui si unisce, diventando di fatto un attivista della rivolta.

Ma la libertà non dura: nell’ottobre 2017 Giulio Lolli, originario di Bertinoro (Forlì), viene arrestato nuovamente dalle autorità libiche, prelevato direttamente nella sua casa di Tirpoli, con un’accusa questa volta molto più pesante: terrorismo, per aver affiancato esponenti di spicco della Shura di Bengasi, un gruppo estremista separatista.

Il capitolo giudiziario di Giulio Lolli, finisce in questi giorni, con la condanna all’ergastolo nelle carceri libiche per terrorismo.

Guarda anche l’intervista video registrata nel 2012 da Agenfor Media

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