Da Londra a Monte-Carlo in Riva Aquarama, l’impresa di Gian Franco Rossi

Una sfida senza precedenti: affrontare l’oceano Atlantico e poi un Mediterraneo che si rivelerà non meno ostico con uno scafo famoso per il suo fascino ma non certo per le sue doti marine era già un’impresa, ma Gian Franco Rossi, monegasco di Sarnico, ha fatto di più, ha anche vinto! Riviviamola nel suo racconto…

Scorrendo l’elenco dei 26 partenti la lunghezza degli scafi è compresa tra i 30 e i 34 piedi solo quattro superano i 40’ e tre sono poco sopra i 20’. Adeguate anche le motorizzazioni che solo per uno scafo, il favoritissimo Bertram 33 di Tim Powell, superavano i 1000 cv, mentre gli altri si attestavano attorno ai 500/700 cv con una discreta presenza di fuoribordo.

“Erano tutte barche da competizione – racconta Gian Franco Rossi, allora ventisettenne figlio di Carlo Rossi, tecnico della Riva di Sarnico trasferitosi da qualche anno nel Principato per dare vita al Monaco Boat Service di Monaco -. Noi eravamo i soli ad avere uno scafo derivato dalla serie ed eravamo tra i più piccoli in gara con i nostri 8,50 metri”.

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La barca era un Superaquarama (per la precisione il n. 427) strettamente di serie costruito due anni prima e battezzato Zoom. Gli interventi per la preparazione alla gara erano consistiti in un rinforzo della carena con un longherone supplementare e delle fiancate con pannelli di compensato marino. Erano stati sbarcati tutti gli arredi interni, coperto il posto di guida originario e ricavato i tre loculi, dove l’equipaggio (completato dal presentatore televisivo Ettore Andenna e da Renato Mazzolini) stava in piedi a poppa.

Per l’occasione erano stati montati una coppia di V8 Thermo Electron, i motori di serie dell’Aquarama, potenziati a 350 cv invece dei 320 di serie. Per aumentare l’autonomia era stato installato un serbatoio supplementare a prua di 500 litri che raddoppiava la capacità totale portandola a 1.050 litri; i serbatoi di serie erano stati invece sollevati per poter accedere più rapidamente agli assi elica in caso di avarie. Infine, erano stati montati due flap per “tenere giù” la prua con mare mosso, anche in considerazione del fatto che la distribuzione dei pesi si era decisamente spostata a poppa.

“Le prime prove che abbiamo svolto a Monaco avevano dato riscontri confortanti – racconta Rossi -. In alcuni test ero stato affiancato da Giacomo Agostini, il pluricampione del mondo di motociclismo e quasi mio compaesano, lui di Lovere io di Sarnico, entrambi bergamaschi del lago d’Iseo. Eravamo ottimisti, anche se la perplessità che ci accolse al nostro arrivo a Londra non fu d’aiuto”.

“Non arriverete a vedere il mare: il Tamigi è già troppo lungo per voi!” sono le testuali parole raccolte sui moli londinesi. “Avevano un po’ ragione – ricorda Rossi -. Eravamo molto giovani, alla prima esperienza di questo genere e, come dimostreranno alcuni contrattempi, anche un po’ sprovveduti. Invece lo schieramento di partenza era molto agguerrito e noi eravamo gli unici “mediterranei”: con l’eccezione di un equipaggio svedese e di uno tedesco, tutti gli altri erano inglesi e si sentivano molto sicuri delle loro potenzialità. Ci attendevano ben 14 tappe con arrivi a Cowes, Brest, La Rochelle, Bilbao, La Coruna, Oporto, Cascais, Portimao, Marbella, Almeria, Alicante, Barcellona, La Grande Motte e finalmente Monte Carlo, per un totale di 2.560 miglia marine!”.

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1a tappa – Londra-Cowes

La gara prendeva il via il 10 giugno e l’ironia degli inglesi nei confronti della nostra barca quasi di serie rischiava di diventare subito una tragica realtà. Infatti l’intenzione, per le 194 miglia della prima tappa, era quella di seguire una barca locale simile alla nostra fino all’isola di Wight. Purtroppo la nostra “guida” ruppe quasi subito e ci trovammo senza una rotta tracciata in mezzo a una nebbia fittissima. Fuori dal Tamigi abbiamo navigato lungo costa in dislocamento con una persona a prua per cercare di evitare gli scogli. Alla fine arrivammo a Cowes terzi di classe e ottavi assoluti, ma a ben 8 ore dal vincitore! In compenso ci furono da registrare i primi quattro ritiri tra cui quello del favoritissimo Tim Powell.

2a tappa – Cowes-Brest

231 miglia totali delle quali 160 di mare aperto. Questa volta avevamo la rotta ma c’era qualcosa che non quadrava: infatti rispetto a quello che il navigatore aveva calcolato il Jaffa Juice di Richard Lawson (proprio quello del whisky, un altro dei favoriti), un 30’ motorizzato con quattro fuoribordo Mercury, navigava guidato dall’elicottero con 16° di differenza. Decisi di fidarmi del loro elicottero ed ebbi ragione perché arrivammo al traguardo quinti assoluti, risalimmo al quarto posto in generale e conquistammo la leadership nella nostra classe. Nel frattempo la pattuglia di concorrenti si era ridotta a 21.

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3a tappa – Brest-La Rochelle

211 miglia e ancora la differenza tra a rotta calcolata e quella seguita dal Jaffa Juice era di 16°. Mi limitai ancora a seguire la barca di Lawson e riconquistai la quarta piazza confermandomi primo di classe e quarto assoluto in generale. Per il momento la barca era perfetta e anche il mare era abbastanza tranquillo, il bilancio era positivo, se non per quella differenza di rotta che non mi lasciava tranquillo. Poi l’illuminazione, controllai la declinazione: 16°, il mio navigatore si era sistematicamente dimenticato di calcolarla! Da quel momento la tracciai io personalmente tutte le sere.
Dopo tre tappe l’Aquarama di Gian Franco Rossi è quarto assoluto e primo di classe. Finora il mare è stato tranquillo, ma il bello deve ancora venire…

4a tappa – La Rochelle-Bilbao

Con la rotta certa potevo impostare la gara che volevo e così, complice anche le “sole” 186 miglia di gara, giunsi al traguardo secondo assoluto salendo sul terzo gradino del podio in classifica generale. Nel frattempo i concorrenti rimasti in gara erano scesi a 17.

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5a tappa. Bilbao-La Coruna

Sulla carta la tappa più lunga, 251 miglia, nella realtà anche la più dura: l’oceano si è ricordato di essere tale e ci ha riservato una frazione con onde di oltre 12 metri molto lunghe, nell’incavo delle quali ce n’erano altre più corte e “cattive”, anche di due metri, che mettevano a dura prova il nostro scafo che non aveva una carena a V profonda e neppure una lunghezza tale per affrontarle di slancio. Dopo quasi 11 ore di navigazione arrivammo comunque nella cittadina spagnola, quarti assoluti e difendendo la terza piazza in classifica generale.
C’è da ricordare che né io né il mio equipaggio aveva mai partecipato a una gara offshore fino a quel momento e quindi era un debutto che solo la spensieratezza dell’età e di quegli anni ci avevano portato a rischiare. Non eravamo attrezzati neppure per l’abbigliamento e, dopo aver rischiato l’assideramento nella prima tappa, abbiamo man mano migliorato la nostra dotazione che restava comunque ben lontana da quella ottimale.

6a tappa – La Coruna-Oporto

È una delle tappe più corte, 167 miglia, ma il mare è ancora molto mosso. I pescatori locali, che ci hanno in simpatia perché siamo l’unico equipaggio rimasto in gara non inglese, ci consigliano di uscire di 1,5 miglia e poi di virare decisi e costeggiare: allunghiamo il percorso ma dovremmo trovare mare meno agitato.
Alla partenza di solito siamo i più veloci perché siamo anche i più piccoli; questa volta però faccio sfilare tutti i concorrenti, se ne accorge Jaffa Juice che ci attende e, quando viro, mi segue. Peccato però che il tachigrafo di bordo era in chilometri e non in miglia e quindi avevo virato troppo presto! Me ne rendo conto quando avvisto lo scafo inglese fermo con tre motori fuori uso e sotto l’onda che sto superando vedo uno scoglio enorme. È un attimo, metto indietro tutta le manette nel disperato tentativo di restare in surf sull’onda e, con una gran fortuna, veniamo depositati senza danni oltre la roccia. Ci fermiamo a verificare che Jaffa Juice possa riparare verso il porto più vicino e proseguiamo. Al traguardo siamo terzi, così come in classifica generale, mentre in gara restano solo 11 scafi.
Dopo sei tappe il piccolo Aquarama è terzo assoluto e il Mediterraneo si avvicina, si comincia sentire aria di casa…

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7a tappa – Oporto-Cascais

Tappa breve, 158 miglia, con mare finalmente calmo ma anche molta foschia. Chiudiamo a oltre 100 km/h di media, secondi assoluti e conquistiamo anche il secondo posto in generale. Il mare calmo fa andare tutti a pieno gas e le rotture pesano: al traguardo siamo solo in nove.

8a tappa – Cascais-Portimao

Altra tappa breve, 128 miglia, mare ancora calmo e visibilità migliore. Siamo terzi al traguardo e restiamo secondi in generale.

9a tappa – Portimao-Marbella

Il mare resta calmo e dopo 200 miglia saremo in Mediterraneo. Passiamo lo Stretto Gibilterra, con un piccolo brivido: le cartine non segnalano una tonnara lunga una ventina di chilometri e rischiamo di farci decapitare dal cavo di acciaio che regge la struttura. Perdiamo tempo ad aggirarla, ma siamo ugualmente secondi al traguardo e in generale.
Ad attenderci oltre ai nostri soliti tre meccanici, capitanati da mio padre Carlo (che ci hanno seguito dall’Inghilterra via terra con un’auto e un camioncino con un po’ di ricambi), troviamo anche l’ingegner Carlo Riva che ci ha portato dall’Italia due serbatoi nuovi perché in quelli a bordo stavano cedendo le paratie con relative perdite. Durante la giornata di riposo a Marbella è stato questo l’unico intervento sulla barca, a parte un cambio precauzionale delle candele e il controllo del livello dell’olio.

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10a tappa – Marbella-Almeria

È la tappa più corta ma c’è mare mosso con Maestrale forza 6/7. Decidiamo di non forzare per difendere il secondo posto in classifica e sentiamo che ci siamo guadagnati il rispetto dei nostri avversari. Al traguardo siamo terzi e restiamo secondi in generale.

11a tappa – Almeria-Alicante

Altra tappa relativamente breve, 149 miglia. Continuiamo a non forzare e siamo ancora terzi e secondi in generale.

12a tappa – Alicante-Barcellona

Il mare è piuttosto agitato con vento da Sud/Ovest forza 4. Affrontiamo le 226 miglia scegliendo una rotta prevalentemente sottocosta ed è la scelta giusta. Riusciamo a tenere un buon ritmo e conquistiamo la prima vittoria assoluta di tappa!
Proprio nelle acque di casa, a poche miglia dall’arrivo, ecco l’unica avaria della gara, ma Gian Franco Rossi e il suo Aquarama riusciranno a superare anche questa avversità…

13a tappa – Barcellona-La Grand Motte

Entriamo nel tratto di mare che conosco meglio, ma troviamo anche un Maestrale trai più violenti che mi ricordi: le 164 miglia diventano un inferno. Non posso far altro che cercare di costeggiare il più possibile: è la tattica giusta e vinco ancora la tappa. Delle otto ore perse nella prima tappa sul leader HTS di Ralph Hilton ne ho recuperate ben cinque!

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14a tappa – La Grand Motte-MonteCarlo

Dovrebbero essere le 171 miglia della passerella finale, ma il mare è sempre agitatissimo e subiamo la prima vera avaria. Si stacca un serbatoio che trancia una tubazione del carburante (travasando in sentina tutto il contenuto) e strappa parte dell’impianto elettrico, mandando in “corto” i motorini di avviamento che devo staccare per evitare che inneschino un incendio. Non possiamo fermarci perché non saremmo più in grado di riavviare i motori e continuiamo a perdere benzina.

Ci avviciniamo a riva di fronte Marsiglia per una riparazione di fortuna e, con un tubazione e delle fascette che avevo a bordo, riesco a salvare un po’ di carburante per arrivare a Monaco, dove siamo comunque terzi, confermando il secondo posto assoluto e la vittoria di classe.

Ma non possiamo neppure festeggiare con gli amici che ci sono venuti ad accogliere: la Gendarmerie ci scorta fino in porto perché con tutta quella benzina in sentina siamo un pericolo pubblico!

Ci rifacciamo la sera alla serata di gala con la Principessa Grace Kelly e il giovane principe Alberto a consegnare i trofei. Per l’occasione da Sarnico arrivano anche Carlo Riva e Gino Gervasoni. Ho sempre in mente quello che voleva essere un complimento da parte di Sir Lewis, uno degli organizzatori britannici. “Zoom e il suo equipaggio sono come quei giocattoli a cui si deve caricare l’elastico e poi li lasci in acqua e vanno, vanno, vanno…”

Evidentemente la nostra performance gli inglesi non l’avevano ancora ben digerita…

 

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